Possibile infinito

 

 

Era il migliore di tutti i tempi, era il peggiore di tutti i tempi, era il secolo della saggezza, era il secolo della stoltizia, era l'epoca della fede, era l'epoca dell'incredulità, era la stagione della Luce, era la stagione delle Tenebre, era la primavera della speranza, era l'inverno della disperazione, avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi, andavamo dritti dritti al Cielo, andavamo dritti dritti dalla parte opposta.

C. Dickens, Storia di due città

 

 

 

Le prime tre parole pronunciate in Selfie racchiudono l’intero film.
Tutto il mondo che racconta. Tutti i mondi che abitano quel mondo.
Che poi si assomigliano tutti, e ognuno è assoluto e irripetibile.
Perché sono come le famiglie infelici di Tolstoj: ognuno dei ragazzi che qui si racconta è a suo modo perduto. Eppure sono tutti così simili. Stessi capelli, stessi discorsi, stesso futuro. E il medesimo sguardo, rivolto verso un orizzonte che sanguina continuamente. Non è il rosso del tramonto che colora il cielo, nelle sere d’inverno e d’estate. È il rosso del sangue dei sogni che non sono mai sbocciati.
Perché sei un bambino di dieci anni e tutto quello che vuoi è una sigaretta.
Perché sei una ragazza di sedici anni e sai già che sarai madre e moglie di un uomo che andrà in galera, forse a vita.
Perché tuo padre non si sa dove sia.
Perché hai visto un tuo amico morto ammazzato.
Perché con la droga i soldi arrivano “facili”.
Perché abiti nel rione Traiano di Napoli.
 
A volte passo da quelle parti. Voglio dire, non puoi ritrovartici per caso: devi andarci di proposito. Ma a volte mi capita di dover attraversare quelle strade, perché sono diretto altrove, per esempio, e da lì si fa prima. Ecco, quei volti, quei colori, quel sangue nel cielo, io l’ho visto. E non soltanto lì. Selfie restituisce in maniera impeccabile certe sfumature esistenziali. Un film che ha alcuni momenti che ricordano quasi l’inchiesta etnografica. E ha dentro il cuore selvaggio e violento della prospettiva poetica. E il senso di tutto ciò, secondo me, è racchiuso nelle prime tre parole pronunciate nel film.
 
“Parla della morte”.
 
È così che dice Pietro. Lui si riferisce evidentemente alla musica che sta per ascoltare. Ma Selfie parla di morte. E non soltanto quella di Davide Bifolco, sedicenne morto per mano di un carabiniere che lo aveva scambiato per un latitante. La morte raccontata da Selfie è quella dei sogni, morti per asfissia. La morte del futuro, morto per dissoluzione dell’anima. La morte della speranza, dilaniata dalla rassegnazione, azzannata al collo dal demone della rinuncia, dalla sconfitta, dell’addio al possibile infinito.
 
[Dunque cos’è Selfie?
È la storia di Alessandro e Pietro, due sedicenni che non vanno più a scuola, il primo lavora come “barrista”, mentre il secondo – obeso – non riesce a trovare lavoro come barbiere.

Dove ci porta Selfie?
In alcuni angoli del cuore di questi due ragazzi. E negli angoli del rione Traiano, nei volti dei suoi abitanti, nei palpiti del cuore di ragazzi, ragazze, bambini e uomini che cercano di sopravvivere, come facciamo tutti, del resto. Come fa soltanto chi non può permettersi il lusso di fermarsi.

Vabbuò, ma quindi di che cosa parla Selfie?
Parla della morte]
 
E parlare di morte vuol dire celebrare la vita.
Vuol dire parlare d’amore e di speranza.
Significa entrare nel tramonto e sporcarsi di sangue.
Perché non c’è Thanatos senza Eros.
E quindi questi stessi identici volti unici sono come le stelle di Confucio: buchi da cui filtra la luce dell’infinito.
 
Eccolo che ritorna, l’infinito.
A un certo punto Alessandro cita la meravigliosa poesia di Leopardi, tracciando quasi un parallelo con la realtà nella quale è nato e cresciuto, dove vive e lavora, e dalla quale dà per scontato di non poter mai andare via. E forse è per questo che ci tiene a raccontare nel “suo” film soltanto le cose belle.
 
L’infinito di Leopardi è un manifesto poetico di immane potenza. Celebra l’assenza, che è e resta il luogo prediletto in cui sorge la poesia (Brodskij lo chiamerebbe il vuoto, la Merini il nulla). Il poeta di Recanati, cioè, proclamava – come farà qualche tempo dopo Baudelaire, per esempio – l’escludere e il togliere come fonte del procedimento poetico. Perché fare poesia vuol dire scolpire: togliere il superfluo, eliminare l’inutile. Fare poesia è un’operazione di sottrazione, che è l’unico modo per elevare a potenza. Ed è la stessa sottrazione che vorrebbe fare Alessandro: eliminare quel muro che lo separa dal resto del mondo, dal resto di sé stesso. Perché è al di là del colle che si può naufragare nell’oceano sconfinato del proprio cuore.
 
Parla di morte, Selfie, perché è una storia d’amore.
Due ragazzi sono innamorati della vita.
Ma lei, però, ama un altro.