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Un’altra terra per una seconda chance, ecco l’idea da cui nasce Another Earth. Guardarsi allo specchio è un gesto quotidiano, meccanico. Pensandoci meglio, però, è anche l’unico modo per avvicinarci all’idea di una normale interazione con noi stessi. Purtroppo, per quanto possa essere sviluppata la nostra fantasia, quell’immagine riflessa non potrà far altro che riprodurre fedelmente ogni movimento, senza fornire alcun feedback­. E se invece il proprio alter-ego prendesse vita e potesse parlarci? È questo interrogativo ad ossessionare Rhoda (una magnetica Brith Marling), giovane studentessa che involontariamente distrugge la vita di John (William Mapother), per poi cercare con tenacia la via di una possibile espiazione. L’opportunità si presenta con la scoperta di Terra 2, un pianeta il cui progressivo avvicinarsi alla Terra svela uno stupefacente segreto. Ma attenzione, così come lo specchio rompendosi moltiplica l’immagine, analogamente i due mondi consapevoli l’uno dell’altro collassano in un unico sistema, dove osservatore e osservato rimangono invischiati in un gioco di specularità che rischia di infrangersi. In realtà, è proprio questa l’eventualità tanto agognata da Rhoda, che fino alla fine crede nella sua intuizione e agisce di conseguenza.

È bene sottolineare che Another Earth non è un film di fantascienza, infatti, nonostante vi siano alcuni elementi tipici del genere, essi si limitano all’abusata idea delle due realtà parallele. Piuttosto, l’intenzione del regista è quella di sviluppare attentamente la psicologia dei protagonisti, e il risultato è assolutamente degno di nota, così come le prove dei due attori principali. La splendida fotografia dai toni lividi (anch’essa a carico del regista) fornisce la giusta aurea di mestizia, la stessa che permea gli atteggiamenti della protagonista. Non manca tuttavia il barlume della speranza, reso efficacemente dalle numerose inquadrature dove Terra 2 aleggia nel cielo e giustapponendosi alla sagoma di Rhoda regala fotogrammi di notevole impatto visivo. A questo punto è impossibile non pensare al magnifico Melancholia di Lars von Trier (2011), opera coeva ben più drammatica dove un altro pianeta incombe minaccioso sulla terra, tanto da chiedersi se vi sia stato un qualche scambio tra i due registi. In ogni modo, va riconosciuto a Mike Cahill il merito di averci consegnato un lavoro indipendente davvero notevole a costi irrisori, dando ulteriore dimostrazione che un’idea vincente può sopperire alle ristrettezze del budget, mentre il contrario è del tutto improbabile. Forse si potevano approfondire meglio alcuni personaggi secondari (ad es. il bidello cieco). Questo comunque non compromette la validità di un film che si presta a varie letture, sollevando questioni scientifiche e filosofiche, talvolta in maniera esplicita, più spesso sottotraccia. Ciò che più conta è che nessuno potrà fare a meno di percepire la chiamata al confronto, al dialogo con sé stesso, un esercizio sempre fondamentale ma destinato a perdersi fra i ritmi dromologici della società contemporanea. Eppure, è una tappa imprescindibile se ancora aneliamo ad afferrare la vita, invece di aspettare passivamente che scivoli via.

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