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“…Perché la gente va al mare? Perché orde di persone ogni estate si riversano sui litorali italiani per sottoporsi al patimento dell’esposizione solare? Ermanno Cavazzoni, già sceneggiatore de “La voce della luna” di Federico Fellini, per il suo esordio alla regia ha scelto di raccontare il rapporto degli italiani con le ferie estive nell’arco del XX secolo. E ha scelto di farlo dopo aver visto i materiali contenuti nell’Archivio Nazionale del Film di Famiglia - Home Movies di Bologna, archivio che raccoglie oltre tremila ore di filmati amatoriali girati dagli Anni ‘20 agli Anni ‘80. Dall’incontro tra le immagini dell’Archivio di Home Movies e la penna di Ermanno Cavazzoni nasce questa stravagante storia delle ferie estive degli italiani. Provando a indossare i panni di un antropologo del futuro, che si trova un po’ per caso tra le mani questi filmati come uniche immagini a sua disposizione per raccontare la quotidianità del XX secolo, Cavazzoni si interroga sui giochi dei bambini, sui castelli di sabbia, sulle ragioni dell’abbronzatura e sui corteggiamenti da spiaggia con gli stessi termini che userebbe un entomologo. Giocando sul fraintendimento, l’errore e l’ovvietà, Cavazzoni racconta un secolo di vacanze al mare attraverso la lente straniata del reperto, offrendoci un ritratto dell’umanità balneare comico e irresistibile….”

Nella scheda di presentazione di Vacanze al mare di Ermanno Cavazzoni c’è tutto il senso di un’operazione spericolata eppure riuscitissima. Cavazzoni ha realizzato un film di montaggio, utilizzando i filmini amatoriali custoditi nell’Archivio di Home movies, ed è riuscito sia a costruire una storia vera e propria, sia a compiere un’abile operazione metalinguistica. Nel suo lavoro è il suono, il commento, a dare senso alle immagini. Lo spettatore legge le immagini attraverso il commento ironico e cinico dello stesso Cavazzoni. Così, all’inizio, i filmini delle vacanze diventano luogo di riflessione su “…questa pazzia inspiegabile che è quella di andare sotto il sole, dove non c’è un albero, nel mese più caldo, addirittura in pieno agosto…”. Il mare diventa una bolgia dantesca, lo scavare buche memoria ancestrale di quando eravamo rettili e depositavamo uova. Poi, come in un documentario sugli animali, come se la voce narrante fosse quella di un antropologo o di un uomo sul futuro, queste immagini servono per spiegare le strane usanze degli esseri umani. Così le riprese effettuate in un dancing diventano complicati rituali d’accoppiamento, con le donne che richiamano il maschio attraverso vestiti sgargianti e piumaggi e la divisione degli uomini in branchi animali capeggiati da maschi alfa. È a questo punto che Cavazzoni, attraverso l’unica immagine girata di tutto il film, introduce un personaggio fittizio e quindi una vera e propria narrazione ed il film diventa la storia di un “…poveretto che è andato nel luogo di ripopolamento ma non ha ripopolato niente e cammina all’alba tornando a casa…”. Qui la narrazione diventa fantastica e metafisica, tra incubi, sogni, immagini surreali che fanno venire in mente il Fellini de La voce della luna, tratto proprio da un libro di Cavazzoni. Vacanze al mare è l’abile dimostrazione di come, al cinema, sonoro e visivo siano intimamente legati. Il senso che lo spettatore da a ciò che vede non necessariamente è legato alle immagini. Tornano in mente esperimenti simili quali Las hurdes di Buñuel, dove alle immagini dell’estrema povertà di quella regione della Spagna si contrapponeva un commento freddo e distaccato o ancora di più L’ignoto spazio profondo di Werner Herzog che addirittura riusciva a raccontare una storia di fantascienza utilizzando per lo più riprese estranee al contesto, dai filmati della Nasa a quelli dei mari presenti sotto il ghiaccio polare. Lo stesso fa Cavazzoni, prende in giro con feroce e cinica ironia la nostra umanità, tratta l’uomo come un animale in un documentario zoologico e ci fa dimenticare che ciò che vediamo nulla ha a che fare con il senso che diamo a quelle immagini.

 

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