K (Ryan Goslin) è un androide ed al tempo stesso un Blade runner, un cacciatore di androidi. Il suo compito è scovare i vecchi modelli Nexus. Durante una missione scopre una cassa il cui contenuto potrebbe sovvertire l’ordine stesso della società. La sua indagine lo porterà a scavare nel passato sino ad incontrare il nome di Deckard (Harrison Ford), un suo ex collega.
 
Facciamo una premessa, per quanto ci riguarda nel cinema non esistono oggetti sacri intoccabili, si possono realizzare sequel o remake di qualsiasi film. Chiaramente, se ti confronti con un cult movie quale il Blade runner realizzato nel 1982 da Ridley Scott, il compito sarà più arduo visto che si tratta di un titolo che ancora oggi esercita la sua influenza sul cinema.
Denis Villeneuve, regista del nuovo capitolo, saggiamente neanche ci prova a mettersi a competere con l’originale. Detto in altre parole il suo film, secondo noi, può essere visto e compreso anche da chi non abbia mai visto il capolavoro del 1982 (sperando non esista un pubblico simile), visto che Villeneuve nell’evolversi della storia ci offre più volte il riassunto dei fatti avvenuti in precedenza.
Il problema vero è che nel nuovo Blade runner non c’è uno straccio di idea originale che sia una. Certo il film è ben realizzato e ci mancherebbe altro visto il reparto tecnico e la bravura dimostrata altrove dal regista. Tuttavia la tanto decantata magnificenza visiva altro non è che un copia ed incolla di immagini che qualsiasi appassionato di fantascienza può facilmente riconoscere per aver già visto in altri film o fumetti o per aver già letto in altri libri.
Così la descrizione di Los Angeles è un mix del vecchio film, che evidentemente non ha perso un briciolo della sua potenza visiva, misto a suggestioni prese pari pari dai film di Blomkamp (District 9). La descrizione di una terra arida e desolata l’abbiamo già vista in centinaia di altre pellicole. La discarica dove vivono i bambini dell’orfanotrofio sembra da La città perduta di Jeunet e Caro e così via.
Lo stesso dicasi per alcuni personaggi primo tra tutti l’ologramma Joi (Ana de Armas) che ricorda sia Her di Spike Jonze che Thomas in love di Pierre-Paul Renders.
Anche dal punto di vista tematico Villeneuve non inventa nulla. Si limita a mettere nuova carne al fuoco intorno all’interrogativo se Deckard sia o no un androide, una questione tra l’altro già chiusa e risolta dal Blade runner originale. Per il resto riprende gli interrogativi che già attraversavano il libro dal quale era tratta la precedente pellicola, Ma gli androidi sognano pecore elettriche di Philip Dick, la cui intera opera, una delle più importanti del ‘900, ruota attorno all’impossibilità di distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è.
Anche l’idea di una rivolta degli androidi altro non è che una rielaborazione di temi già presenti nei libri di Asimov e persino in film quali Io robot di Alex Proyas.
Si potrebbe obiettare che è pieno di opere che ne citano altre, il problema è che Villeneuve non riesce mai a dare nuova linfa al materiale che sfrutta, cosa che invece riusciva benissimo a Ridley Scott nel precedente film quando riusciva a rielaborare gli elementi tipici del noir dandogli nuova vita.
Blade runner 2049 è un film che non sposta di un millimetro la storia del cinema di fantascienza, non aggiunge nulla a quanto non sia già stato detto, non si pone come termine di paragone per i prossimi film di fantascienza.
Inoltre le capacità di Villeneuve annegano in una sceneggiatura i cui tempi sono dilatati sino all’inverosimile. Sarebbe sciocco dire che Blade Runner 2049 è un film lento, la lentezza può diventare un ritmo ipnotico che cattura lo spettatore. Blade Runner 2049 è un film inutilmente lungo in cui Villeneuve non riesce a compiere il miracolo che gli riusciva in pellicole quali Sicario ovvero realizzare un film di azione in cui le sequenze si prendessero tutto il tempo di cui avevano bisogno risultando dilatate senza essere per questo noiose. Stavolta invece ci troviamo dinanzi ad una storia che occupa 2 ore e 40 e che poteva essere raccontata in metà del tempo.
Sicuramente il problema per Villeneuve è stato proprio il peso dell’originale visto che in precedenza il nostro aveva dato ottime prove sia nella fantascienza (Arrival), sia nel thriller (Prisoners) sia nell’action (il già citato Sicario).
Nessuno si aspettava di rivivere l’emozione del monologo di Rutger Hauer nel Blade runner del 1982, certi miracoli di perfezione non si ripetono facilmente, tuttavia era lecito aspettarsi da Villeneuve un po’ di coraggio e non un film privo di qualsiasi idea o suggestione il cui titolo alla fine sembra solo uno specchietto per le allodole. Tuttavia siamo pronti a scommettere che il tempo ci darà torto, viste anche le tante recensioni entusiaste, e che alla fine anche un film inutile come Blade runner 2049 qualche premio a casa se lo porterà. Con buona pace di chi aspetta autori capaci di immaginare ed aprire nuovi mondi allo spettatore.
 

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