“50% bangla, 50% italiano, 100% Torpigna”; così si presenta Phaim Bhuyan, prima di lanciarsi in una irresistibile descrizione degli abitanti di Torpignattara. Gli stranieri, gli hipster ed i vecchi ritratti con una comicità che strappa tante risate. Perché in Bangla, vivaddio, si ride parecchio.
Phaim ha 22 anni (nella realtà 24, classe 1995). I suoi genitori sono arrivati dal Bangladesh un paio di anni prima che nascesse. Il padre si è fatto strada partendo dai gradini più bassi (venditore ambulante). La madre è una casalinga, soprannominata dal figlio “Nord Corea”, perché “si fa come dice lei”, mentre la sorella è promessa sposa, ovviamente ad un bengalese scelto dai genitori come da tradizione.
Phaim è musulmano, non beve, non mangia maiale ma soprattutto, come insegna il Corano, deve conservare la verginità sino al matrimonio.
Il che, data la giovane età, gli crea non pochi problemi, soprattutto quando incontra Asia (Carlotta Antoneli).
Asia è l’esatto opposto; genitori divorziati, madre risposata con una donna ed un fratello nato in provetta da un’inseminazione artificiale.
Come conciliare i valori tradizionali con l’amore e soprattutto come resistere al desiderio sessuale?
Diciamocelo chiaramente, siamo arrivati probabilmente con almeno 20 anni di ritardo rispetto ad altri paesi ma, finalmente, abbiamo anche noi un film che narra la vita degli italiani di seconda generazione.
Phaim non vuole ergersi a modello di nulla, né tantomeno essere la voce dei suoi coetanei. Semplicemente il regista/attore ci racconta la realtà di tutti i giorni vista con i suoi occhi.
Lo fa con una (auto)ironia dirompente che nasconde un affetto sincero e profondo per le sue radici, inanellando una serie di battute memorabili.
Bangla è un film irriverente, leggero e fresco come solo un ragazzino può essere che ci offre uno spaccato del nostro paese lontano chilometri dalla propaganda e dai racconti fatti dai mass media.
Il risultato è che si finisce per parlare di cose serissime con l’occhio disincantato di chi certi temi li considera facenti parte della sua stessa esistenza.
Forse anche inconsapevolmente Phaim ci parla di integrazione e delle proprie radici.
Ecco che allora prende vita una descrizione completamente diversa dell’Islam, dove l’Imam è un fratello maggiore col quale confessarsi, a cui chiedere consigli e magari scoprire le stesse debolezze e gli stessi errori.
Ma è soprattutto in alcune battute che Phaim nasconde riflessioni molto più profonde di quanto non sembri sull’Italia di oggi.
Politicamente scorretto il ragazzo si presenta alle amiche di Asia come “il fidanzato negro”, porta le paste a pranzo dai genitori della ragazza perché “è un po’ terrone” e quando il padre di lei si lancia in una filippica sullo ius soli risponde, con disarmante innocenza, che a lui, raggiunti i 18 anni, è bastato portare un foglio in questura.
Peccato che poi, quando cominci a parlare di sé, nessuno lo stia ad ascoltare.
Lo spettatore a quel punto non può fare a meno di chiedersi se in fondo non sia così; li abbiamo mai ascoltati questi ragazzi? Ci siamo mai posti il problema di cosa sognino e di quali siano le loro speranze ed i loro porblemi?
Phaim ci risponde dicendoci che l’Italia è solo un corridoio dal quale sognare altre mete; prima tra tutte un’Inghilterra mitizzata che poi, nelle telefonate dell’amico che è giunto sin lì, si rivelerà tutt’altra cosa.
Il giovane ci impartisce persino qualche lezione di vita quando afferma che “questa storia che siamo tutti diversi ma tutti uguali” è un po’ una fregatura, col sospetto di non essere altro che il fidanzato negro da presentare a Roma nord.
Insomma sotto la superficie Bangla affronta tutte le contraddizioni del nostro paese, tra band che suonano “etno trap” e ragazze italiane che “puzzano di maiale”.
Impossibile non voler bene ad un film simile che stupisce, soprattutto se si pensa che è girato da un ragazzino cresciuto facendo video su youtube con una qualsiasi macchinetta fotografica.
Bangla è il film che aspettavamo da anni, capace di raccontarci un’Italia ed una Roma diverse dai luoghi comuni del cinema e della società senza mai prendersi troppo sul serio con quella terribile arma dell’intelligenza che è la capacità di guardare il mondo ridendoci su.
Per poi fermarsi davanti a quella porta chiusa lasciandoci il dubbio ma anche la possibilità di immaginarci noi un nostro finale.
“Il futuro non mi spaventa, è il presente che è un casino”.
Non resta che fare tanti complimenti a Phaim augurandogli il meglio; anche per il bene del nostro cinema.
 

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