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Recensione di   Beatrice Bianchini Beatrice Bianchini

La Piedad

(Film, 2022)
8

La servitù volontaria

La libertà è una frontiera oltre la quale sta a te giocare, a te con tutte le tue incertezze; è una scommessa, un agire sul bordo abissale delle certezze.
( Miguel Benasayag)
 
Libertad e Mateo sono madre e figlio.
Vivono in una lussuosa casa completamente rosa e nera.
Tutti i loro accessori e abiti sono degli stessi colori.
La loro è una relazione estrema madre/figlio: dipendenza, sodomasochismo, manipolazione, follia, egoismo, sadismo.
La televisione trasmette soprattutto notizie sulla Corea del Nord: siamo nel 2011 e di lì a poco morirà Kim Jong-il e il terzogenito Kim Jong-un salirà al potere.
Le immagini della disperazione dei sudditi alla morte del dittatore viene rappresentata con grande clamore mentre a  Mateo viene diagnosticata una neoplasia celebrale, un glioblastoma.
Una iniziale estrema scena del parto di Libertad che mette al mondo il figlio già adulto fino alle immagini dell’intervento celebrale sul ragazzo indicano con ferocia quanto l’intento del regista sia quello di non nascondere nulla anzi di rappresentare in modo spettacolare, netto, cromatico,  geometrico e estetico tutto quello che riguarda il corpo e la mente.
Sebbene a tratti didascalico e compiaciuto il messaggio di Casanova si nutre di una forma alquanto insolita e di riferimenti diretti ai rapporti estremi che si creano tra vittima e carnefici e tra servo e padrone, se non tra suddito e despota.
Libertad infatti comprime la vita di Mateo, non vuole lasciarlo andare, nonostante sia adulto, e, se lui è malato anche lei lo sarà.
La stanchezza delle malattie e della cura insieme ad una psicoterapia insinuano  ulteriori ragioni di ricerca di libertà, quella stessa libertà che metterà in crisi le ormai congenite abitudini del ragazzo nella lussuosa gabbia color rosa.
La tossicità di questo rapporto intimo e la rappresentazione dei racconti tra unicorni e fragole avvelenate per il controllo demografico nella Repubblica Popolare dei Corea, non consente di aggirare il  vero tema  del film; quello politico, il potere.
Una pellicola che si struttura concettualmente sull’illustre discorso della “servitù volontaria” di Etienne de la Boetie, sulla inevitabile, a quanto pare, interdipendenza tra popoli e regnanti e non solo.
La necessità   di sentirsi amati e indispensabili è alla base di questo tipo di rapporto laddove il nome della madre Libertad insinua che la vera libertà è proprio quel tipo di compressione dalla quale risulta impossibile liberarsi.
 
L’abitudine, che in ogni campo esercita un enorme potere su di noi, non ha in nessun altro campo una forza così grande come nell’insegnarci la servitù.
( Etienne De La Boetie)
 
Una psicosomatica dei rapporti di potere che creano metastasi nel corpo e gabbie inaggirabili nella mente.
Un Amore e Morte dai contorni fiabeschi e surreali dove ognuno esercita la ragione di vita dell’altro: una simbiosi perversa in cui il servo e il padrone sono interscambiabili.
 
 
 Il film è una continua sebbene didascalica metafora irriverente e scandalosa del potere: il regista conferma la sua capacità visionaria estrema come aveva fatto con il suo precedente film Pelle sul tema della morale.
Presentato all’ultimo TFF 40, in concorso, è una pellicola che farà discutere, riflettere, e “se lo scopo dell’arte non è riprodurre il visibile ma renderlo visibile”  come sosteneva Paul Klee, questa è arte.
Edoardo Casanova dice di essersi ispirato alla Pietà di Kim Ki-duc, sicuramente sulla estremità dei temi, tuttavia lontana per criteri formali, estetici e concettuali.
Qui c’è una dimensione intima del potere e una politica: le situazioni sono paradossali, eccentriche e contemporaneamente gotiche e in quell’eccesso di rosa tutto diventa cupo e sinistro.
Tutto è minimale, monumentale e funebre come le architetture dei regimi dittatoriali e non solo.
 
Perché gli uomini combattono per la loro servitù come se si trattasse della loro libertà?
(Massimo Recalcati)
 
 

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