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In mezzo alle macerie di una Sarajevo presente bombardata dalla guerra, in un grande e desolatissimo albergo vengono organizzati incontri per trovare l’amore o forse un futuro, per uscire da un tempo che imprigiona tutto e tutti, residuo di un mondo distrutto e senza speranza, come quei palazzi lì affacciati tappezzati di fori di proiettile.
Chiusi in un susseguirsi di stanze vuote dai nomi di città svizzere, i partecipanti (tutti conformati con casacche viola per "mantenere la concentrazione e far rispettare le regole") si dedicano ad attività e giochi di ogni tipo, che sembrano richiamare una versione comica e grottesca degli Hunger Games per trovare l’anima gemella. Dalle domande iniziali per conoscersi - che pongono sullo stesso banalissimo piano il colore preferito e la propria posizione politica verso i serbi. Ad una versione adattata di "palla avvelenata". Dove una rievocazione storica viene confusa per una performance. Così si incontrano Asja e Zoran, con un carico di tensioni che sono tutto meno che sessuali. Potrebbero infatti essere la coppia perfetta, hanno interessi e passioni comuni, ma in mezzo si interpone il trauma del loro passato, l'odio ereditato da assurdi principi.

Teona Strugar Mitevska torna con un’opera dall’ironia pungente e sottilissima, dove i volti dei suoi personaggi non assomigliano a quelli dei loro genitori biologici ma all’eredità della Storia che li ha plasmati: guerre e tradizioni insensate, come quella che muoveva le sorti della protagonista Petrunya nel film precedente. Religione, confini, popoli che si odiano più per una rabbia ereditata che per motivi interiorizzati. Come i movimenti innati di quelle stesse dita che ora si incrociano per afferrare una palla, ma che prima hanno premuto un grilletto per uccidere.
E ora dentro quegli spazi ognuna di quelle persone affida quel dolore ad un oblio impossibile, nascondendosi dentro se stessa, riempiendosi gli occhi anestetizzando la memoria. Come se l’amnesia fosse la massima lucidità mentale. Lì dove quello che chiamiamo presente non è altro che un disturbo da stress post traumatico, la pazzia della guerra.
“Avete ripreso tutto da capo”.

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