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Il film forse più maturo di Peele, una straordinaria opera sul guardare e sull’essere guardati. Di sguardi che uccidono proprio perché a loro volta guardati, soprattutto attraverso occhi meccanici di telecamere che in quell’ossessivo osservare artificiale consumano la vita di chi hanno davanti, senza pietà alcuna. Quelle telecamere rimuovono infatti strati di libertà, ingabbiano spazi ed emozioni di chi stanno inquadrando in uno sguardo consumistico e capitalistico in cui tutto diventa guadagno, spettacolo, prodotto, ma soprattutto, si pensa, diventi proprio (verso la fine del film OJ dice che “devono essere rapidi a riprendere l’alieno” prima che arrivi la gente a rivendicarlo come proprio). Come se guardare rappresentasse un certificato di proprietà. Guardo, quindi possiedo, quindi vendo. Così il piccolo testimone (e sopravvissuto) della strage di Gordy proprio per aver guardato diventa proprietario di tutti i cimeli di quel tragico massacro, tanto da farci un museo (appunto guadagno e prodotto).
E di quello sguardo diventare dipendenti (il “Nope” del titolo, ripetuto più volte in voce nel film, risuona quasi come il tentativo disperato di un tossico che cerca di smettere di esserlo), perché la società d’oggi ci impedisce di distogliere lo sguardo, ne siamo assuefatti (dalla violenza, dalla sua spettacolarizzazione, dal desiderio di guadagnarci). E così per inseguire quello sguardo si può essere disposti a tutto, sacrificare la propria dignità e forse persino la propria vita (come il regista Holst inghiottito per inseguire la definitiva perfezione di immagine).
Così uno scimpanzé diventa la perfetta mascotte travestita in un reality per famiglie, “umanizzata” per gli umani, e allo stesso modo un cavallo si trasforma in un pezzo addobbato della scenografia per l’ennesimo spot pubblicitario che di cavalli, ovviamente, non parla. Esseri viventi (come quelli nel documentario montato da Holst nel suo piccolo appartamento) consumati nell’essere guardati alla stregua di prodotti. Come in The Truman Show insomma la vita diventa spettacolo, ma ora i confini in cui muoversi, il recinto in cui correre e pascolare, sono più ristretti e si restringono di più ad ogni nuovo show, ad ogni puntata, ad ogni ripresa.

Lo diceva anche Theo Anthony nel suo meraviglioso documentario All Light Everywhere (che proprio di telecamere e videosorveglianza parlava): quel guardare è come un’arma, perché “to shoot” in inglese è lo stesso verbo per tradurre “riprendere” e “sparare”. E di Theo Anthony c’entra anche il suo precedente documentario Rat Film, per il modo con cui rappresenta una savana desolante dove tornano ad esistere prede e predatori. In un mondo umano dove, come accade in Nope, i predatori si prova invece a domarli. Ma non è possibile, perché “con un predatore bisogna cercare di fare un accordo”. Tornare, cioè, proprio come in Rat Film, a quel mondo primordiale, alle origini di tutto, all’essenziale semplicità, quella di pochi fotogrammi (dove invece oggi è tutto eccesso strabordante di immagini), che si riducono a tal punto da diventare unica foto. Bastava un’istantanea per rappresentare il mostro, nulla di più.
Eppure paradossalmente in quel mondo primordiale, quello degli albori del cinema più volte citato, non tutto era così perfetto, perché allora qualcosa non era invece mai guardato: le persone nere. Così, come viene detto da Em nel suo discorso di presentazione, tutti ricordano le prime sequenze di foto in movimento, il primo cavallo, il primo fotografo, ma nessuno si ricorda del fantino nero vero protagonista, primo stuntman, artista, star, ma del tutto dimenticato nella storia del cinema. Insomma si è passati dal non guardare tutti a guardare tutto ma con occhi anestetizzati.

In questo quadro sconfortante, in cui tutti guardano senza fare nulla, nascondendosi dietro un occhio artificiale per non lasciare che il proprio biologico porti azioni concrete, l’eccezione è rappresentata però da OJ, che ha a cuore i suoi cavalli, li sente, li ama, cerca di proteggerli. È costretto ad usarli perché non ha alternativa. Ma fin dalle prime scene, quando la sorella dice di volersene andare, di vendere il ranch, lui ripete che deve tornare, che ci sono i suoi cavalli ad aspettarlo, che devono essere sfamati al mattino seguente (e anche i cavalli venduti a Jupe vorrebbe comunque riprenderseli). OJ conosce cioè lo sguardo dell’amore, più che del possesso. E non è infatti un caso che sia proprio lui a capire la “legge dello sguardo” che regola la creatura aliena, a proporre l’idea di un accordo con il mostro e poi sul finale ad essere così risparmiato.
Mostro oltretutto caratterizzato egregiamente, in questo mondo di prede e predatori, dove di fatto è un animale come gli altri, territoriale e primordiale, ma solo più grande, più potente, più monumentale, un predatore cioè più difficile da gestire (ma comunque gestibile, come mostra OJ sul finale appunto), con quella corporeità quasi vellutata e leggiadra, che fluttua in mezzo ai cieli, ma che in un istante può aspirare intere case, per poi vomitare tutto il residuo coloratissimo che l’uomo produce in modo insignificante (coloratissime bandierine, gonfiabili, monetine ecc), che ovviamente non può digerire. Un mostro insomma fatto di fame animale di libertà che si fa largo in un mondo umano che ha invece sempre inseguito la sola fama.

E in questi incontri/scontri viene quindi da chiedersi: chi è allora in gabbia? Chi guarda o chi è guardato? Lo straniero estraneo o chi invece ha vissuto lì da sempre, seppur isolato (o meglio segregato) nel recinto della sua fama?

“Non meritiamo l’impossibile” dice Holst prima del suo folle sacrificio.
Ma a volte basta solo andare al di là, oltre. Oltre quell’istantanea che finalmente immortala il mostro (ma che ora che esiste forse non ci interessa più), oltre la nebbia, oltre l’orizzonte, oltre quel cielo che prima non si poteva guardare.
Ma ora si guarda con i propri occhi, non di chi consuma attraverso una telecamera, ma di chi si commuove con lacrime sincere.
Senza distogliere lo sguardo.

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