Questo film, uscito nel 2022 e giunto in Italia l’anno scorso, ci parla di un piccolo villaggio da collocare in Transilvania, Romania dunque, in cui non si capisce bene, ma si intuisce quasi subito chi siano gli animali selvatici: gli uomini, l’umanità in generale, che si comporta come le bestie, ragionando più con la forza che con la ragione.

Il titolo originale, “R.M.N.”, richiama sia il nome dello Stato dove la vicenda si svolge, sia la risonanza magnetica al cervello cui un anziano si deve sottoporre: più volte ne vedremo i risultati (senza capirci molto, in verità), ma la malattia degenerativa del vecchio può facilmente far capire il problema. L’individuo che sta male è in questo caso il simbolo di un malessere ben più generale.

La pellicola alterna scene del villaggio ad altre, a partire dalla vicenda di un operaio di un grande mattatoio tedesco che rientra nel suo borgo natìo, con il padre che è alle prese con un cancro al cervello, con un figlio che per andare a scuola deve passare attraverso un bosco dove albergano (pare) strane creature. La madre vuole accompagnare il bambino, ma l’ex emigrato si oppone, vuole educare il figlio ad affrontare la realtà, vorrebbe perfino sottrarlo alla madre, lui che ha un’amante in quello stesso villaggio, una che ha fatto anche carriera diventando manager nel locale panificio.

Quale realtà, però? Quella del bosco, dove accadono cose incomprensibili e mai del tutto chiarite, e dove ci sono gli orsi, per i quali il villaggio ospita perfino un ricercatore francese, recatosi lì, in questa sperduta landa, con soldi europei? Oppure la realtà degli umani, che a malapena nei secoli e anche in tempi recenti sono riusciti a convivere: una umanità mista, di origine ungherese, rumena, tedesca e altro ancora, che è perfino riuscita ad allontanare dal villaggio i rom? Uno spaccato della Transilvania, dove tutto ciò c’è stato davvero, formando il complesso mosaico attuale della regione centrale della Romania dopo la seconda guerra mondiale: confini che vanno, confini che vengono (prima, l’Ungheria era molto più grande e la Romania più piccola).

Anche gli umani vanno e vengono: perfino due (poi addirittura tre!) operai da Ceylon, uno sicuramente cattolico romano, comunque più che mansueti, per lavorare nel panificio locale grazie ai fondi europei. Ma chi mangerà adesso questo pane?

Già, la matrigna Europa, che fornisce sussidi, grazie ai quali quelli del posto vivono rinunciando al lavoro, e grazie ai quali, vista l’indisponibilità dei residenti, si fanno venire i diversi, confusi con quelli del Bangladesh, con i musulmani, con tutti quelli insomma che portano insieme al colore della pelle non del tutto bianca tanti altri mali, i virus, la supposta mancanza di igiene, e la minaccia della sostituzione etnica.

Gran pasticcio, dunque. Ci sono tutti gli elementi per uno scontro finale. Al quale non hanno la forza e nemmeno la voglia di opporsi, né l’autorità pubblica (che cerca di mediare sempre però senza esporsi troppo), né, tanto meno, il prete locale, che mentre dimostra un’evidente mediocrità morale, per cui i valori si enunciano ma non si difendono, ricorda a tutti con asprezza il suo potere, quello cioè di essere l’unico, nel villaggio, a “sapere” con certezza cosa è giusto e cosa non lo è.

Film non semplice in un ambiente fisico già esso ostile, compreso il fatto che d’inverno fa freddo, e gli unici a scaldarsi sono gli animali selvatici, che iniziano a discutere tra loro “democraticamente” per poi anche venire alle mani. Film che ci ricorda come siamo fragili quando difendiamo con ostinazione il quasi nulla che abbiamo, di fronte alla minaccia di qualsiasi anche piccolo cambiamento che non vogliamo capire, o per ignoranza o per egoismo. E quando ci rifugiamo nel nostro piccolo mondo, senza alzare lo sguardo al perché della situazione, nostra e altrui. In altre parole, rinunciando a occuparci di altri, come se il benessere nostro possa essere indipendente dall’essere degli altri.

Il giudizio viene da noi guardando ciò che accade, la regìa di Cristian Mungiu mette a disposizione molti elementi e ci lascia libertà di scelta, non cerca di guidare la nostra morale né fa politica diretta.

L’interrogativo di fondo riguarda il progresso storico sociale e civile, la globalizzazione, l’Europa, viene da chiedersi dove si sta andando. Qualsiasi scelta si faccia, si trovano ostacoli. Ma rinunciare al cambiamento, si può? Si stava meglio senza i sussidi europei e quando gli operai erano del luogo, anziché immigrati da chissà dove?

Questo film provoca dunque interrogativi, le risposte spettano a ciascuno di noi. Film coraggioso, che non annoia ma che richiede una certa attenzione e la disponibilità a cercare di capire.