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Recensione di   Il Buio In Sala - Giuseppe Armellini Il Buio In Sala - Giuseppe Armellini

Godland

(Film, 2022)
8

Siamo in una mulattiera.
Uomini e cavalli la percorrono.
Poi la macchina da presa va indietro, sempre più indietro, a svelarci poco a poco la montagna.
E quegli uomini, e quei cavalli, sempre più piccoli, fino a scomparire.

Siamo intorno al fuoco e un uomo sta raccontando una storia di uomini e anguille.
Anguille che si accoppiano e fanno gemiti come donne in orgasmo.
L'uomo lancerà un sasso nello stagno, le anguille andranno via.
L'uomo, da quel giorno - come fosse una vendetta e una punizione - sognerà sua moglie accoppiarsi con tutti i paesani, emettendo gli stessi gemiti di quelle anguille che aveva colpito.
E mentre l'uomo, non quello della storia, ma quello che la sta raccontando la sta, appunto, raccontando, noi, in montaggio alternato, scendiamo con lo sguardo giù da una cascatella che poi diventa sempre più cascata.
E poi lago.
Lago dove due uomini cercano ristoro.



Siamo su un prato.
Ancora uomini e cavalli.
La macchina da presa li lascia e, lentissima, attraversa il prato.
Minuti e minuti di nulla, in un movimento ipnotico e apparentemente senza scopo.
Poi, come una carezza, arriviamo invece al volto di un uomo disteso a terra.
Un uomo che in quel momento proprio di una carezza avrebbe bisogno, una vera, quella di una mano e non quella di un'inquadratura.
Siamo in un'inquadratura ferma, stavolta.
C'è un cavallo morto.
In time lapse vediamo scorrere stagioni, vediamo il paesaggio completamente modificato, in un film che è duemila paesaggi, in un film in cui anche lo stesso paesaggio diventa, anche negli stessi 5 metri quadrati, continuamente una cosa diversa.
Il cavallo si farà scheletro, in una terra dimenticata da Dio e che poi, il giorno che Dio arriverà, scopre di arrivarci Uomo, e da uomo, se ne torna quindi indietro.

Ho scelto le prime 4 immagini che mi sono venute in mente, tre movimenti di macchina giganteschi (per bellezza d'immagine) e un time lapse.
Basterebbero questi 4 momenti per fare di Godland un grandissimo film, uno di quelli che a volte - grazie a quella terra di inaccettabile bellezza che è l'Islanda - ti annichilisce per magnificenza.
Eppure Godland è tanto altro.
E' un modo di fare cinema anacronistico, lontano dalle velocità dell'oggi, lontano da tutto.
E' cinema faticoso, forse anche troppo faticoso.
E lento, forse anche troppo lento.
Eppure la fatica che proviamo, eppure la lentezza che percepiamo, non è altro che la materia del film, un film che di questo parla, di un viaggio lungo e faticoso.
E' un pò la stessa cosa - all'opposto - di quello che avevamo visto con Athena, film della velocità e del Caos girato nel modo più bello e sensato che si poteva scegliere, quello della velocità e del caos.
Se qualcuno fatica con Godland è perchè così deve essere, è perchè anche noi spettatori dobbiamo percepire quel viaggio a passo zero, quelle inquadrature lunghissime e che non portano il film "avanti" (come quelle che ho citato).
Anche noi dobbiamo andare lenti, fermarsi, arrancare, resistere.
E poi arrivare.
E il nostro prete, perchè di un prete parla questo film, di un prete di fine 800 che deve erigere una chiesa (e portare la Chiesa) nella zona più remota dell'Islanda, una terra dove più le cose sono belle più sono terrificanti, dove più sono meravigliose più sono difficili.
Freddo, rocce, montagne, terre senza cibo e pascoli, vulcani pericolosissimi (quei due minuti tolgono il fiato), una terra in cui intraprendere un viaggio così equivale all'accettare di morire, in mezzo alla bellezza, vero, ma sempre morire è.
E il nostro prete, dicevamo, arriva poi dove quella chiesa deve essere eretta.
Lì vicino c'è la casa di un uomo e delle due figlie.
Il prete, ricambiato, si invaghisce di una delle due.
E, si sa, se c'è una cosa che può battere tutto, anche l'immensità della Fede, può essere solo una donna.
Il prete, proprio quando è ormai arrivato, proprio alla fine di un viaggio impossibile rivelatosi possibile, scopre di essere un uomo.


Allora, iniziamo a dire qualcosa.
Innanzitutto è evidente che il film abbia una fortissima connotazione geopolitica.
I riferimenti allo "scontro" Islanda-Danimarca sono infiniti, tanto da farmi pensare che, molto di più della componente religiosa (quasi assente) sia questa la tematica principale del film.
Lo scontro tra il prete e il capospedizione islandese, le difficoltà di comprensione della lingua (e che bella la morte dell'interprete, metaforica come poche, una specie di "perdere ancor di più il linguaggio"), l'attrito tra il prete e il padre - tra l'altro danese trapiantato in Islanda - le continue battute sulla rivalità tra i due paesi.
E quel finale che, sottofondo alle bellezze di quell'isola incredibile, canta invece un Inno alla Danimarca.
Purtroppo in questo spazio non potrete leggere disamine in questo senso, non ne so niente.
Ma che questo sia un film anche fortemente politico è indubbio (tra l'altro lo stesso regista, se ricordo bene, è mezzo danese e mezzo islandese).



Io parlerò d'altro.
Questo è un film che, per soggetto, sembra parlare di Dio, di Fede, di evangelizzazione.
In realtà è un film in cui il divino non si percepisce mai.
E non tanto nel senso di "Dio non c'è" ma proprio perchè la tematica religiosa sembra andare completamente in secondo piano.
Quello che penso io è che Godland racconti, alla fine, una cosa semplicissima, se vogliamo anche banale per un film di questa portata e ambizione, ed è di come la fatica, sentirsi stremati, raggiungere il limite fisico, possa portare a sentirsi più "uomini", più esseri mortali, più fragili.
Godland non è il film di un prete che perde la Fede o a cui succedono cose - segni - che lo fanno dubitare.
No, Godland è un film di un uomo (prete) con una tunica che affronta un viaggio talmente massacrante e inumano che lo distrugge, che lo porta a un passo dalla morte.
E che in quelle condizioni così estreme scopre cose che la sua vita tranquilla e banale in Danimarca non poteva fargli scoprire.
Scopre il sentimento, scopre il sesso, scopre la rabbia, scopre tutte quelle cose "animali" e primordiali che il freddo, il vento, le montagne, la fame e la sete gli hanno tirato fuori.
L'uomo stremato è da sempre un uomo più debole.
Se Lucas si avvicina alla bella Anna, se va a letto con lei, se Lucas uccide Ragnar, se Lucas fugge alla sua prima messa, non è perchè ha perso la Fede, ma perchè quelle condizioni terribili l'hanno portato ad un livello di sopravvivenza tale da renderlo nudo, debole, animale, spoglio da qualsiasi certezza, bisognoso di un corpo, bisognoso di un abbraccio, bisognoso di sfogare nell'ira tutto l'inferno passato.
Se ci pensate la scena finale di lui e Ragnar è simbolo di tutto.
Il vecchio islandese si sta confessando, e la Confessione è uno dei sacramenti più sacri, e forse il più umano.
Non solo Lucas non riuscirà ad esercitare il suo ruolo di confessore ma, una volta saputo del cavallo, si scaglierà su Ragnar, uccidendolo.
La scena simbolo (tra l'altro bellissima, emozionante) di tutto il discorso fatto fino ad adesso.

Se ci pensate Godland vive di un paradosso (bellissimo), ovvero che per due ore assistiamo ad un viaggio impossibile prima e alla lentissima costruzione poi di una chiesa che verrà abbandonata alla prima messa da chi l'aveva fatta costruire.
Tutto è stato completamente inutile, tutto.
La scena della messa è straordinaria.
Lucas la sta celebrando, finalmente.
Eppure un bambino piange, eppure un cane abbaia.
Ecco, in un film senza divino, trovo che questa sia la cosa più vicina al divino che possiamo trovare.
Come se quel bambino, come se quel cane, siano dei "segni" per cui Lucas deve capire che no, che quella messa non può essere celebrata, che no, che lui non è più quello che era partito, che no, che adesso ha bisogno di fermarsi e capire chi è diventato.
E Lucas quando esce dalla chiesa forse lo capisce, e infatti fugge, fugge da tutto.
E prima si sporca di fango, ancora più simbolico.
Fugge per vergogna - forse - ma fugge anche perchè sa che quel luogo non è più il suo luogo.
Fugge perchè sa che da adesso non potrà più essere al contempo Lucas prete e Lucas uomo.
Fugge perchè non si sente più degno.
Ho trovato l'omicidio finale perfetto, necessario.
La sceneggiatura è perfetta nel darci una doppia motivazione, forse tripla.
Quella del padre geloso della figlia e che non permetterebbe mai quella storia.
Ma anche quella dell'uomo che dopo che ha visto la sua gente morire per quella causa (il viaggio, la costruzione della chiesa) vede il prete fuggire, tradirli, abbandonarli.
(la terza motivazione, simbolica ma non troppo, è quella politica).
E allora lo raggiunge, e allora lo uccide.
Probabilmente, anche se pare assurdo dirlo, facendogli anche un favore.
Tanto Lucas non si sarebbe salvato, nè nel corpo nè nell'anima.



Ci siamo dimenticati di una cosa però.
Il film è ispirato a sette foto ritrovate scattate da un prete a fine ottocento.
Non ho capito se sia una storia vera questa o una storia falsa spacciata per vera.
In ogni caso super affascinante.
E io allora le ho contate tutte quelle 7 foto nel film, e ho trovato che questo canovaccio "nascosto" sia bellissimo, come se avessimo sette tappe, sette immagini, e intorno si sia costruita una storia.
Resterà un film con delle immagini indimenticabili, con un' Islanda più bella che mai, una terra che sembra 20 terre una diversa dall'altra e una più incredibile dell'altra.
Un film dove un uomo affronta un viaggio già impossibile portandosi sulle spalle il "peso dell'immagine", la strumentazione per fare le foto.
Un film in cui una croce cade in acqua, e forse era già uno spoiler.
Un film dove è sempre giorno e che sia sempre giorno non è un bene, ma rende tutto ancora più faticoso.
Un film pieno di canti, uno più suggestivo dell'altro.
Canti di vita, canti di morte, canti buon auspicio, canti di dolore.
Un film dove un cagnolino è sempre lì, pronto a muovere la coda, malgrado la fatica.
Un film dove la cosa più vicina al divino sono un uomo e una donna, nella luce rossa di una camera oscura da campo, sotto una coperta.
Due volti vicini, due emozioni indescrivibili che si stanno aprendo.
Lì sotto, forse solo lì sotto, c'è qualcosa che si avvicina alla Fede.
Perchè quella cosa è una cosa difficile da spiegare.
Impossibile da spiegare.

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