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Ritrovo Leonardo Di Costanzo dopo circa 10 anni.
Regista dalla parabola inusuale, primo film ben oltre i 50 anni e 4 soli lungometraggi in totale.
Vidi la sua opera prima, L'Intervallo, e il ricordo - bellissimo - è ancora forte.
Film dolcissimo, intimo, come sospeso nel tempo (del resto anche il titolo richiama questa sospensione temporale) che racconta l'obbligata convivenza pomeridiana tra due coetanei, in un vecchissimo edificio dismesso.
Lei ha fatto qualcosa che non è piaciuta ai boss del paese, lui, un ragazzo straordinario, deve stare lì a "controllarla" alcune ore.
Dieci anni dopo mi ritrovo Di Costanzo con un film che sembra completamente diverso ma, a ben vedere, ha punti in comune giganteschi con l'Intervallo.
Intanto la location, l'edificio distrutto del primo, il carcere ottocentesco vecchio e decrepito di quest'ultimo.
(Con la particolarità, tra l'altro, dell'unità di luogo per entrambi i film.)
E poi la presenza di due soli protagonisti, anche se in un caso abbiamo due persone singole (una ragazza e un ragazzo), nell'altro due schieramenti, le guardie e i carcerati.
Volendo forzare la similitudine potremmo anche dire che ne L'intervallo avevamo comunque una "prigioniera" - lei - e una buonissima e "involontaria" guardia, lui.
Entrambi i film poi raccontano "un'emergenza" che porta le due parti a dover passare del tempo insieme, impossibilitati ad andar via.



In Ariaferma l'emergenza è data dalla notizia che alcuni carcerati - 13 se non sbaglio - non possono essere trasferiti nel carcere dove erano destinati.
Il trasferimento è dovuto alla chiusura definitiva del carcere protagonista del film, una struttura vecchissima, distrutta, fatiscente.
Tutti i prigionieri devono dunque andar via ma per quei 13 c'è un inghippo burocratico (o logistico, non ricordo) che non può farli muovere.
Quindi, per un tempo che doveva essere di una sola notte e diventerà invece indeterminato (quasi alla Godot) guardie e carcerati dovranno convivere insieme in quella struttura, tutti riuniti in un unico stanzone centrale disposto di celle.
Come ne L'Intervallo questa convivenza forzata porterà le due parti a conoscersi sempre di più, parlarsi, capirsi, avvicinarsi.
E, soprattutto, riconoscersi.


Belli questi film di Di Costanzo, belli per questi soggetti minimi ma potenti, per questi minuscoli e temporanei status quo in cui i protagonisti, anche non volendo, sono costretti ad avvicinarsi umanamente.
Stavolta Di Costanzo si serve di mostri sacri come, per restare in metafora, il Mostro dei mostri Toni Servillo, il grande Silvio Orlando e quello che per me sta diventando sempre più una scoperta, Fabrizio Ferracane (visto in almeno 4 film in due anni, davvero notevolissimo, specie per quel suo viso "cattivo").
Sono davvero tanti i punti di forza del film, come l'atmosfera "sospesa" ("Potrebbe essere domani" dice continuamente Servillo riferendosi al trasferimento, ma quel domani mai arriva) che può ricordare - anche se con significati molto diversi, sicuramente qua meno trascendentali - quel capolavoro di film che fu Una pura formalità (del resto anche qua sembra che manchi "una pura formalità" per sbloccare la situazione).
Già detto degli splendidi attori, già detto della splendida location - vero personaggio del film - è inutile dire che i film di Di Costanzo eccellono però nei dialoghi, scarni, fatti di molti silenzi, ma capaci di creare connessioni umane di altissimo livello.



Di Costanzo, in Ariaferma. è bravissimo nel creare personaggi-pongo (come mi piace definirli), ovvero protagonisti che possono diventare tante cose diverse e te stai lì a cercare di capirli, a cercare di vedere cosa diventeranno.
In questo senso il più interessante è sicuramente Lagioia, il boss interpretato da Orlando. Per tutta la durata del film ti darà la sensazione che sotto ogni sua azione, dietro ogni silenzio, dietro ogni sguardo, ci sia qualche trama sotto, qualcosa che sta per esplodere.
E invece, e in questo Di Costanzo si conferma maestro nel disegnare personaggi dolcissimi e portatori di valori molto positivi (i due ragazzi de L'intervallo ma praticamente anche tutti quelli di Ariaferma), e invece no, e invece tutte le azioni di Lagioia sono semplicemente quello che sembrano, tentativi di migliorare quella convivenza, tentativi di avvicinamento tra persone che mai dovrebbero avvicinarsi, tentativi di umanizzare più che si può la situazione.
Lagioia riesce in questo avvicinamento in maniera così lenta e "pura" che, paradossalmente, proprio quando i due protagonisti principali - lui e il Gargiulo di Servillo - si riconosceranno "uguali" (tra l'altro "Noi non siamo uguali" e' una frase pronunciata poco prima dallo stesso Gargiulo) quest'ultimo, forse travolto da quel pensiero, prenderà più le distanze, in un pre-finale bellissimo e spoglio (quello sull'orto che, tra l'altro, richiama un'uscita in mezzo alle sterpaglie già vista ne L'intervallo).
Però, ecco, l'atmosfera di "possibile crisi o tragedia" pervade l'intero film, in questo tempo/non tempo in cui lo stesso film vive.
Ad esempio eccezionale la scelta di mostrare più volte l'armadio dei coltelli, poi rivelatisi quasi un McGuffin per lo spettatore (rompe tra l'altro la famosa regola de "se una pistola viene inquadrata prima o poi sparerà").
E' vero, c'è la scena del tentato suicidio del giovane ma anche questa giocata sottotraccia, in maniera sussurrata e, se vogliamo, molto meno tragica di quello che poteva essere.



Di Costanzo preferisce i toni dolci, umani, lievi, non ha bisogno di prendere lo spettatore con sè con scena madri urlate, preferisce farlo star lì, ad ascoltare e vedere esseri umani che si parlano e raccontano.
Se in Ariaferma una scena madre c'è (di sicuro è la scena simbolo del film e quella definitiva, ultima tappa, di un percorso) è quella splendida del black out e della relativa cena fatta "tutti insieme".
Nessuna più differenza, un unico tavolo dove mangiare, bere e ridere (che bello quando vediamo i carcerati raccontarsi la propria vita, quasi un "errore", se vogliamo, visto che potrebbero farlo sempre - specie nelle ore d'aria - ma simbolo di come un momento bello, "impossibile" e unico come quello possa far tornare tutti alla sola dimensione umana, senza più ruoli, senza dolori, senza privazioni, senza sbarre fisiche o mentali, una dimensione "libera" dove viene naturale raccontarsi.
Poi questa scena di gruppo in qualche modo sarà "sublimata" in quella successiva, già citata sopra, dell'orto.
In questo bellissimo film ci sono poi tanti altri personaggi secondari ma importanti, come la guardia interpretata da Ferracane (vecchio stampo e quasi schifata da questa vicinanza coi carcerati), come il giovanissimo prigioniero che rischia l'ergastolo, come il vecchio innocuo che, però, è scansato da tutti per il suo passato (penso pedofilia).
Ogni personaggio si incastra perfettamente e in un modo mai pesante o cannibale verso gli altir, tanto che si esce dalla visione del film quasi con la sensazione di aver visto un incredibile equilibrio tra tutti i personaggi della vicenda (gli stessi Servillo e Orlando vengono senz'altro più fuori ma solo perchè simbolo delle due "fazioni").
Da ricordare anche una stranissima e suggestiva colonna sonora spesso caratterizzata da tamburi o mani battute (sembrava quasi Birdman ad un certo punto).
Mi ritrovo alla fine di questa recensione senza aver parlato di un unico difetto.
Sicuramente ce ne stanno, sicuramente avrei voluto parlarne.
Ma arrivato a questo punto, arrivato alla fine, non viene nemmeno la voglia di "sporcare" il mio piccolo personale racconto di un film così dolce e misurato.
L'unica cosa giusta da fare è vederlo.

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