The bikeriders

Tratto da un libro fotografico, l’ascesa ed il declino di uno dei primi club di motociclisti americano.

 

 

Per la seconda volta nella sua carriera, dopo Loving (2016), ancora una volta Jeff Nichols realizza un film partendo da materiale preesistente.

In questo caso si tratta dell’omonimo reportage fotografico di Danny Lyon.

Tutto comincia nel 1965 quando Kathy Bauer (Jodie Comer) incontra una sua amica in un bar frequentato dai membri dei Vandals Motorcycle Club.

La ragazza, inorridita e spaventata, vorrebbe fuggire ma poi vede quel gran fusto di Benny Cross (Austin Butler) e saggiamente decide di rimanere.

Sarà proprio lei a rievocare le gesta del gruppo davanti al futuro fotografo Danny Lyon (Mike Faist).

Jeff Nichols avrebbe potuto scegliere proprio il fotografo come narratore; ed invece ha l’idea migliore del film ed opta per Kathy, un punto di vista esterno e per di più femminile in un mondo dominato dal testosterone.

Peccato che il resto non funzioni come avrebbe potuto.

Nichols si ritrova ad avere a che fare con una moltitudine di personaggi e di eventi e non riesce mai a scegliere cosa privilegiare.

Il centro della vicenda è rappresentato dal rapporto tra Kathy, Benny e Johnny Davis (Tom Hardy), il fondatore del club; in una sorta di strano triangolo dove Benny è conteso ora dalla moglie, ora dall’uomo che è per lui come un padre.

Intorno abbiamo il variegato circo rappresentato dai membri della gang e dalle loro storie.

Con così tanto materiale Jeff Nichols finisce con il perdersi ed è lui stesso ad accorgersene.

Accade verso la fine quando Danny chiede a Kathy che fine abbiano fatto i vari membri del gruppo ed il regista si sente in dovere di farceli rivedere tutti, forse preoccupato del fatto che lo spettatore, in quella marea di volti, non ricordi più bene chi abbia fatto cosa.

Peccato perché il materiale di base c’è ed anche l’energia giusta in un film che spesso riesce a lasciarsi andare tra corse sfrenate, il rombo dei motori, giubbotti di pelle, risse, birra a fiumi e rock sparato a palla.

Insomma quando The bikeriders ingrana è un vero piacere, ciò non toglie che piano piano tutto si afflosci ed il film abbia una durata veramente esagerata con in più il paradosso di apparire spesso superficiale e confuso.

Resta una galleria di volti serviti da un cast fenomenale nel quale spiccano il saggio Brucie (Damon Herriman), il marcio ed ubriaco Funny Sonny (Norman Reedus) e soprattutto il solito immenso Michael Shannon, attore feticcio del regista, nelle vesti di Zipco.

Anche la morale del film appare decisamente confusa.

Ad un certo punto infatti i Vandals cominciano ad espandersi sempre di più attirando sempre più persone, soprattutto giovani.

A questo punto va in scena una sorta di bizzarro scontro generazionale.

Da una parte c’è la vecchia guardia con le proprie leggi ed il proprio codice d’onore e dall’altra le nuove leve presentate come prive di morale e di regole.

Il tutto è decisamente bizzarro ed assurdo, visto che i Vandals sono comunque dei teppisti che non si fanno scrupolo di devastare tutto, bruciare bar e sparare alla gente.

Jeff Nichols sembra quasi volerci dire che in fondo però si tratta di bravi ragazzi, nulla a che vedere con questi giovani che hanno sostituito all’alcool prima le canne e poi l’eroina e si dedicano ad attività criminali.

Insomma il racconto dei bei dei tempi andati, puri e duri, destinati a scomparire mentre il nuovo avanza travolgendo tutto.

Forse The bikeriders, in questo senso, è un western moderno del quale riprende l’epica, il sentimento nostalgico, i paesaggi sconfinati ed il senso di libertà.