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Ebba, Tomas ed il loro figli Vera ed Harry sono tranquillamente in vacanza sulle Alpi quando improvvisamente, durante un pranzo su di una terrazza panoramica, una valanga si dirige verso di loro. Tomas in preda al panico abbandona la famiglia e fugge via. Per fortuna è stato solo un falso allarme ma le conseguenze di quel gesto incrineranno per sempre l’apparente perfetta armonia della coppia.
 
È chiaro che lo spettatore che vada a vedere Forza maggiore non si può certo aspettare un film adrenalinico. Si tratta pur sempre di una pellicola svedese vincitrice del premio della giuria nella sezione Un certain regard allo scorso Festival di Cannes, insomma cinema d’autore. Ma non si è nemmeno preparati ala noia abissale nella quale ci getta il regista Ruben Östlund con un lungometraggio banale, piatto, lento, privo di qualsiasi guizzo registico realizzato da un cineasta che è evidentemente convinto di essere un genio del cinema e che invece appare privo di qualsiasi idea.
Eppure il materiale di partenza poteva dar vita ad un qualcosa di esplosivo. Östlund avrebbe potuto esplorare le reazioni umane dinnanzi al pericolo e fare dell’atto di viltà la scintilla che da il via allo sgretolarsi di una normale coppia borghese. Avrebbe potuto realizzare un opera in cui si demistifica la retorica hollywoodiana dell’eroe nei fatti e non solo in brandelli di dialoghi di una banalità desolante. Le idee ci sarebbero pure nel corso del film. Contrapporre la maestosità delle alpi alla meccanicità tipica dei luoghi di vacanza. Particolari sui quali Östlund indugia spesso. Che si tratti di primi piani sugli scarponi da sci o di inquadrare i cannoni che sparano alla sera, oppure i tunnel mobili sui quali si muovono gli sciatori o ancora i gatti delle nevi che spianano le piste durante la notte. Il tutto in contrasto con le cime innevate, i panorami mozzafiato, il bianco abbacinante di quei luoghi esplorato in tutte le sue declinazioni sino a quelle nevicate furiose che colmano l’intero schermo impedendoci persino di scorgere i personaggi. Peccato che il regista non si curi minimamente di comporre l’inquadratura. Persino ne L'arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat dei Fratelli Lumière la ripresa è angolare così da suggerire la profondità di campo. Qui invece tutto è ripreso in maniera anonima sempre in primo piano. Östlund si limita a mettere la macchina da presa e a registrare quello che accade come se questo bastasse a fare un film. Ogni minima intuizione viene sprecata senza ritegno. Ogni tanto il regista rinuncia alle sue inquadrature fisse e comincia a riprendere i corridoi dell’albergo dall’alto, come se vi fosse un invisibile spettatore che spia i nostri protagonisti. Dà persino un volto a questo osservatore grazie al personaggio di un inserviente della struttura che spesso si ritrova involontario testimone delle discussioni tra Ebba e Tomas. Peccato che ancora una volta l’idea resti lettera morta. Non c’è nessun approfondimento del personaggio dell’inserviente, nulla che dal punto di vista del linguaggio cinematografico suggerisca l’idea di una visione in terza persona degli avvenimenti, un’identificazione tra questo occhio onnisciente e quello del regista. Il grado zero del linguaggio cinematografico. Una visione veramente sconsolante. Östlund si limita ad accumulare sequenze nelle quali non accade mai nulla. Si affida ad interpreti mediocri incapaci di assumere più di due espressioni e lascia che si scambino battute banali davanti alla macchina da presa. Non c’è collegamento tra le inquadrature, non c’è nessuna situazione che crei un contrasto all’interno del film, che faccia esplodere le situazioni. Durante tutta la pellicola il regista mostra estrema attenzione a tutte le parti meccaniche di una stazione sciistica ma mai un momento solo in cui questo eterno ripetersi sempre uguale delle stesse attività entri in contrasto con il dramma che sta vivendo la coppia. Sembra quasi che Östlund riprenda le cose solo perché gli piacciono, senza preoccuparsi minimamente di creare una storia, di fare interagire personaggi ed ambiente. Per interi ed interminabili minuti vediamo i nostri protagonisti che vengono trasportati su di un tapis roulant. C’è un dialogo che metta a nudo i loro sentimenti? Il loro immobilismo crea attrito con i sentimenti che stanno vivendo? L’artificialità delle strutture costruite dall’uomo dialoga con la natura selvaggia dei monti? I personaggi interagiscono dialetticamente con l’ambiente? Niente, si passa all’inquadratura successiva. A questo punto voi vi chiederete si ma come va a finire? Il matrimonio entra in crisi? I due confessano le proprie debolezze? La situazione, i rapporti di forza, qualcosa; qualsiasi cosa cambia? Anche in questo caso il nulla più desolante. Ci sorbiamo 118 interminabili minuti e veniamo pure beffati da un finale consolatorio tarallucci e vino francamente spregevole. Un intero film costruito su di una coppia che vede crollare le proprie certezze per un atto di viltà dell’uomo e tu risolvi tutto con un atto di eroismo dello stesso (probabilmente pure provocato ad arte dalla moglie)? Tutto torna a posto all’interno dell’ordine costituito della brava famiglia borghese? Nessuno impara nulla da quanto accaduto? Non la minima maturazione o presa di coscienza da parte dei protagonisti? No un attimo c’è ancora una coda, qualche altro minuto di inutili inquadrature. Ecco magari il senso del film sta qui. Bho sarò scemo io ma se c’era non l’ho colto. Se voi ci capite qualcosa fatecelo sapere. Ma sappiate che non ne vale proprio la pena.
 
EMILIANO BAGLIO
 

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