Recensione di   Emiliano Baglio Emiliano Baglio

Buio

(Film, 2019)
9

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Chili

Buio
Un solido film di genere, tra fantascienza post apocalittica ed horror, che affronta la violenza sulle donne.
 
Vincitore del Premio Fioretta al Festival Alice nella città del 2019.
 
Ogni spettatore, vedendo l’esordio di Emanuela Rossi, può crearsi la propria mappa di riferimenti ad altri lungometraggi ,a cominciare da quelli citati direttamente (Il tempo delle mele).
Da una parte, infatti, il film richiama alla mente tutta una lunga serie di film distopici in cui i protagonisti della vicenda siano costretti a vivere richiusi per una non meglio identificata minaccia esterna.
Titoli, giusto per citare i più recenti, che vanno da It comes at night di Trey Edward Shults a Freaks di Zach Lipovsky e Adam B. Stein sino al recente ed italiano The nest di Roberto De Feo (http://www.euroroma.net/8205/ARTE%20E%20SPETTACOLO/the-nest-il-nido-un-ottimo-esordio-gotico-che-purtroppo-si-sgretola-miseramente-nel-finale.html).
Dall’altra abbiamo invece quelle pellicole che fanno chiaro riferimento alla realtà, da Miss Violence di Alexandros Avranas a Room di Lenny Abrahamson (http://www.euroroma.net/3891/ARTEESPETTACOLO/festa-del-cinema-di-roma-recensione-di-the-room-di-lenny-abrahamson.html).
 
Stella (Denise Tantucci), Luce ed Aria sono tre sorelle che da anni vivono rinchiuse in casa. L’unico contatto con il mondo esterno è quel padre (Valerio Binasco) che torna ogni sera alle 7 portando del cibo. Fuori non si può uscire, perché il sole è impazzito e gli unici che riescono a sopravvivere sono i maschi.
Emanuela Rossi riesce a costruire una potente metafora della violenza sulle donne poggiandosi sulle fondamenta di un solido film di genere, tra fantascienza apocalittica ed horror.
La pellicola è piena di simboli, a cominciare dalla dicotomia tra un dentro, dominato dalla penombra e dall’oscurità ed un fuori enigmatico e sconosciuto in cui la luce è portatrice di morte.
Così la casa dove le ragazze passano le loro monotone giornate, può essere letta come un’estensione del ventre materno, collegato al mondo esterno da un corridoio, pieno di teli di plastica a proteggere dal pericolo che c’è oltre la porta, che richiama palesemente un utero.
Quello che c’è al di là di quella barriera arriva sotto forma di una vecchia videocassetta di esercizi di aerobica con i quali diventare forti in vista di una possibile uscita che, chiaramente, non arriverà mai.
Oppure tramite i ricordi di un passato felice.
Quell’ambiente che dovrebbe proteggerle ma che, in realtà le tiene prigioniere, diviene un luogo a tratti magico, abitato dai giochi di tre fanciulle mai cresciute capaci di aprire il film a momenti ironici che ci fanno sorridere come nell’irresistibile sequenza del picnic.
Tuttavia c’è una tensione, abilmente orchestrata dalla regista, che attraversa tutta la storia e cresce sempre più.
Un continuo non detto, che va dalle enigmatiche scene che aprono il film, ai sogni/ricordi confusi di Stella che potrebbero far luce su ciò che è realmente accaduto.
Data l’atmosfera il padre è chiaramente un orco, bardato nella sua tuta anti radiazioni e c’è un chiaro sottotesto che attraversa in modo perturbante tutta la vicenda e che porta con sé il sospetto di un rapporto malato ed incestuoso con la figlia maggiore.
Sino a quando, inevitabilmente, l’imprevisto non fa irruzione in questo tran tran.
A questo punto bisogna uscire fuori.
Sino a quel momento Emanuela Rossi si è dimostrata capace di descriverci una realtà distopica attraverso i pochissimi mezzi di una pellicola dal budget evidentemente ridotto all’osso.
Le sono bastate delle architetture industriali in rovina per descriverci un mondo apocalittico.
Nel momento in cui irrompe l’esterno, la scelta è quella di spostarsi in un anonimo e grigio centro commerciale nel quale fare incetta di cibo.
C’è poco da fare Emanuela Rossi colpisce nel segno.
Riesce a portare avanti diversi discorsi pur mantenendosi saldamente all’interno del cinema di genere.
La violenza sulle donne, il consumismo compulsivo, i turbamenti di una giovane a contatto, per la prima volta, con il mondo, dentro Buio finisce di tutto, persino il nostro presente di mascherine e coronavirus.
Sino a quella dedica finale alle “ragazze che resistono”.
E a chi è capace di sognare un cinema italiano diverso.
Fatto con pochi mezzi, tante idee, coraggio, consapevolezza e voglia di evadere dai percorsi abituali, provare nuove strade, resuscitare il cinema di genere riuscendo a parlare dell’oggi e di mostri ben più reali di quelli che alle 7 di sera varcano quella soglia.
 
EMILIANO BAGLIO
 
 
 

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