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Sono oramai passati 10 anni dai fatti raccontati ne L’alba del pianeta delle scimmie. Il virus T-113 (simian flu nella versione originale), progettato per curare l’alzheimer, ha praticamente portato alla quasi totale estinzione della razza umana procurando, per contro, un’incredibile evoluzione delle scimmie che oramai dominano il mondo sotto la guida di Cesare, il primo scimpanzé sottoposto al virus T-113. Le due razze vivono separate sino a quando un gruppo di uomini non s’inoltrerà nel territorio dominato dai primati con lo scopo di riattivare una vecchia diga in modo da fornire elettricità a quel che resta della città di San Francisco. L’incontro tra i due gruppi inevitabilmente porterà allo scoperto le fratture interne alle due comunità sino a generare i primi germi di una guerra destinata ad espandersi nel prossimo ineluttabile capitolo di questa nuova saga.
Come spesso accade nei capitoli mediani delle trilogie (ammesso che la nuova saga del Pianeta delle scimmie si fermi a tre capitoli) Apes revolution ha il grandissimo difetto di sembrare troppo un film fatto apposta per trasportare gli spettatori dai fatti raccontati nel primo capitolo a quelli del terzo. Insomma per dirla chiaramente Apes revolution è un lunghissimo prologo che ha lo scopo di fornire le giustificazioni per quella guerra tra umani e scimmie che, presumibilmente, sarà il fulcro del prossimo lungometraggio col risultato che il film finisce proprio quando le cose si fanno interessanti. Il risultato è che quando finalmente l’epico scontro tra le due razze si profila all’orizzonte compare la parola fine lasciando lo spettatore con l’amaro in bocca. Ci si sente anche un po’ presi in giro, in fondo la storia raccontata in Apes revolution avrebbe potuto occupare molto meno tempo lasciando più spazio allo scontro tra uomini e scimmie, anche se, ovviamente, questa scelta avrebbe significato rinunciare ai cospicui incassi di un terzo capitolo. Non si capisce neanche quali siano le intenzioni degli autori della trilogia visto che comunque, chiunque abbia visto Il pianeta delle scimmie del 1968 sa benissimo quale sarà l’esito di questo scontro. È un vero peccato perché comunque L’alba del pianeta delle scimmie, pur rinunciando molto come Apes revolution all’aspetto fantascientifico tipico del film del 1968, era comunque riuscito ad infondere nuova linfa ad una saga che oramai tutti davano per spacciata soprattutto dopo il disastroso remake firmato da Tim Burton (Planet of apes del 2001). Tuttavia Apes revolution ha comunque degli aspetti positivi, soprattutto nella prima parte. Il regista Matt Reeves (subentrato a Rupert Wyatt) per oltre metà del film concentra la sua attenzione sulla comunità delle scimmie esaminandone minuziosamente la società, i rapporti di forza, gli usi ed i costumi. Una scelta coraggiosa soprattutto perché i primati comunicano tra di loro grazie al linguaggio dei segni e non capita tutti i giorni di vedere un blockbuster privo di dialoghi in cui i protagonisti siano scimmie create al computer. Certo le scene d’azione, esaltate dal 3D, non mancano ma c’è una dimensione intimista del tutto sconosciuta a questo genere di film. Una scelta che si rivela funzionale anche per la seconda parte del film quando lo spettatore riesce a non stupirsi minimamente neanche quando vede delle scimmie a cavallo armate di mitragliatrici, la minuziosità e la cura della prima parte del lungometraggio fa sì infatti che tutto ciò ci appaia perfettamente nomale e la sospensione dell’incredulità funziona meraviglia. L’altro aspetto interessante del film è rappresentato dal fatto che i veri protagonisti siano appunto delle scimmie create al computer grazie alla tecnica della performance capture la quale permette, di trasferire i movimenti e le espressioni degli attori in immagini digitali. Apes revolution compie un passo avanti da giganti in qusta direzione e non ci stupiremmo neanche troppo se Andy Serkis, già indimenticabile interprete di Gollum nel Signore degli anelli e che qui presta le sue doti attoriali a Cesare, fosse finalmente premiato per l’Oscar. Sarebbe il primo caso di Oscar dato ad un attore virtuale ed aprirebbe interessanti scenari per il cinema del nuovo millennio. Tutto il resto lascia un po’ a desiderare, a partire dalla fragilità della sceneggiatura sino ai personaggi spesso nulla di più che stereotipi tagliati con l’accetta così, la fretta con la quale vengono liquidati i 10 anni trascorsi dai fatti raccontati dalla precedente pellicola, la superficialità con la quale viene descritta la comunità degli uomini che rappresenta il vero anello debole dell’intero film. Resta il gusto di vedere scimmie a cavallo armate di mitragliatrici e lo scontro a base di sani vecchi cazzotti tra Cesare ed il suo antagonista Koba il che lascia ben sperare per il prossimo capitolo, almeno per quanto riguarda la spettacolarità.
 
 
 

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