UNO SGUARDO SUL BIOGRAFILM FESTIVAL 2024.

Biografilm 2024.


 

FILMAMO presente con accredito al 20° Biografilm Festival.


 

Mira Jargil & Christian Sønderby Jeosen: The monk (2023). Concorso Internazionale.

 

 

In un momento di crisi i cineasti Mira Jargil e Christian Sønderby Jeosen decidono di realizzare un documentario su Jan Erik Hansen.

Hansen in passato è stato uno dei pionieri della ricerca di un vaccino contro l’Aids ma oramai da anni ha abbandonato tutto e vive come monaco buddista sulle montagne dello Sri Lanka.

Il progetto però ben presto si arena a causa delle differenti visioni dei registi e del protagonista sulla direzione che deve prendere il film.

Quattro anni dopo tuttavia…

The monk è un lavoro realizzato, in un certo senso, contro la volontà del suo stesso protagonista che, probabilmente, non avrebbe mai approvato il risultato finale vista la sua reticenza a voler parlare della sua vita passata.

In questo i due autori sono onesti e non nascondono il fatto che, quattro ani prima la loro volontà di realizzare un film su Jan Erik Hansen fosse fallita.

Vi è dunque innanzitutto un problema etico e morale alla base del lungometraggio; d’altronde The monk è un film che solleva domande più che offrire risposte.

Innanzitutto, come detto, sulla sua stessa legittimità.

Sebbene nel film vengano intervistati gli amici ed i familiari del medico/monaco, e dunque il film sia realizzato con la loro collaborazione, appare chiaro che The monk esiste solo in virtù dell’assenza del suo stesso protagonista.

Le altre domande riguardano proprio lui.

Chi era veramente Jan Erik Hansen?

Un uomo che stanco della sua esistenza ha deciso di tagliare i ponti con tutti, abbracciare il buddismo e realizzarsi in esso?

Un monaco venerato dagli abitanti del luogo e con milioni di persone che seguivano le sue lezioni su YouTube, chiedendogli consiglio?

Oppure una persona con problemi mentali che sono stati accentuati dalla scelta di condurre una vita di meditazione solitaria?

I due cineasti sembrerebbero protendere per quest’ultima ipotesi, anche alle luce degli ultimi anni di Hansen, vittima tanto di un’incipiente demenza quanto di paranoie.

Lo stesso ritratto della sua vita da medico lascia emergere un carattere spigoloso e megalomane che, con il tempo, aveva litigato con tutti chiudendosi sempre di più in sé stesso.

Tuttavia Jan Erik Hansen e la sua storia rimangono avvolti dal mistero, sta allo spettatore scegliere la propria verità e decidere se credere o meno alla scelta finale del protagonista di raggiungere il Nirvana liberandosi del suo corpo terreno.

 

 

 

 

Elettra Bisogno e Hazem Alqaddi: The roller, the life, the fight (2024). Biografilm Italia.

Vincitore del Best film BPER Award, miglior film Concorso Biografilm Italia.

 

 

 

La storia di Hazem è la stessa, purtroppo, di tanti profughi. L’abbiamo già vista rappresentata, ad esempio al 61° Festival dei Popoli, in Asile di Victor Ridley.

Il viaggio da Gaza verso la Turchia e poi in Grecia.

L’arrivo fortuito in Europa sino al Belgio dove sperare nel riconoscimento della protezione come rifugiato.

È qui che Hazem conosce Elettra, studentessa di cinema.

Proprio la macchina da presa sarà lo strumento scelto dai due per raccontare il loro amore e l’odissea di Hazem.

L’originalità di The roller, the life, the fight sta proprio in questo, nel suo essere una sorta di video diario.

Lo stile dunque è volutamente amatoriale; molte riprese sono fatte di nascosto in barba alle autorità ed Hazem stesso, all’inizio, suggerisce che si cerchi di nascondere il più possibile la telecamera, magari poggiandola distrattamente sul tavolo, così da poter riprendere la realtà come se essa non ci fosse.

Le cose, ovviamente, però non stanno proprio così.

Dietro queste immagini apparentemente amatoriali si nasconde un profondo lavoro di regia e di montaggio.

Nel momento stesso in cui vorrebbe essere il più vicino possibile al reale il progetto di Elettra ed Hazem svela la sua natura filmica, soprattutto attraverso il montaggio che svela la professionalità che sta dietro il tutto.

Grazie a questa sua natura The roller, the life, the fight diventa qualcosa in più di una testimonianza e si pone come riflessione sulla natura stessa del documentario.

Ed è proprio questo, oltre a ciò che si vede, che rende il film prezioso.

 

 

 

 

Tito Puglielli e Marta Basso: Che ore sono (2024). Biografilm Italia.

Vincitore del Premio Hera “Nuovi talenti” per la migliore opera prima della sezione Biografilm Italia.

 

 

 

Giuseppe, Ursula e Bianca sono tre pazienti di una comunità psichiatrica.

Che ore sono nasce grazie ad un progetto di Costanza Quatriglio e della sede palermitana del Centro Sperimentale di Cinematografia il quale ha permesso ai due autori del documentario di entrare in una comunità per persone con problemi mentali.

I tre protagonisti principali, ai quali si uniscono gli altri pazienti, vivono oramai da anni tra le mura della struttura.

Giuseppe cerca conforto nella musica rock.

Ursula ha un passato da prostituta ed un disperato bisogno di affetto che ha trovato sfogo nell’amore per un altro paziente.

Bianca infine vorrebbe tornare alla vita di tutti i giorni.

Che ore sono, grazie al cielo, non è un film di denuncia sulla malasanità.

La comunità dove vivono i malati è una struttura che sembra funzionare bene; i rapporti con medici ed infermieri sono ottimi e tutti appaiono sinceramente protesi a ricercare il bene dei pazienti ed una via che possa restituirli ad una vita normale.

Tuttavia ciò non toglie che questo sia una sorta di non luogo, dove il tempo non passa mai ed ogni giorno è uguale all’altro.

Che ore sono riesce a restituirci la noia di giornate sempre uguali e di un tempo di eterna attesa, tra mura che al tempo stesso sono una prigione (dal centro si può uscire solo a particolari condizioni), ma anche un rifugio da quel mondo esterno nel quale si vuole disperatamente tornare e che al tempo stesso mette tanta paura.

C’è delicatezza nel modo in cui Puglielli e Basso accarezzano queste esistenze sospese, avvicinandosi ad esse con tatto e riuscendo a renderle finalmente protagoniste.

Quello che si instaura è un vero e proprio dialogo nel quale si prova affetto per Giovanni, Ursula e Bianca alla quale segue la tristezza nel conoscere il fallimento delle loro speranze.

 

 

 

 

Paolo Frazzini e Francesco Principini: Una vita all’assalto (2024). Biografilm Art & Music.

Vincitore dell’Audience Award, Biografilm Art & Music. 

 


 

1990, esce Batti il tuo tempo, primo ed unico album degli Onda rossa Posse.

Due anni dopo dalle ceneri di quel gruppo nascono gli Assalti Frontali che esordiscono con Terra di nessuno.

Una vita all’assalto, documentario fatto evidentemente da due fans, cerca di restituire la multiforme realtà degli Assalti frontali con particolare attenzione al percorso di Militant A (Luca Mascini), cantante e compositore del gruppo.

Vi è innanzitutto l’aspetto politico, visto che Assalti frontali hanno sempre proposto un rap militante.

Tutto comincia nella storica radio romana Onda rossa dove Militant A, ogni martedì sera dal 1987 conduce la trasmissione Funk theology nella quale, praticamente primo in Italia, propone musica rap ad un pubblico per il quale il genere è completamente sconosciuto.

Ben presto Militant A decide di provare a mettere in musica e versi la sua esperienza e la sua militanza nella sinistra antagonista romana.

Raccontare gli Assalti frontali significa quindi, necessariamente, narrare anche 30 anni di sinistra antagonista in Italia.

Due i momenti chiave, per Luca e per il movimento.

Il primo è La Pantera, il movimento studentesco romano del 1992.

Il secondo, inevitabilmente, è il G8 di Genova e la morte di Carlo Giuliani che segna la fine di un’epoca.

A questa dimensione politica collettiva se ne aggiunge un’altra più privata e più radicata sul territorio.

Ecco allora le lotte per restituire al quartiere il lago scoperto vicino allo stabilimento Ex Snia, messe in versi nel brano Il lago che combatte realizzato insieme a Muro del Canto; oppure l’esperienza di occupazione che porterà alla nascita del Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz.

In questo processo il privato diventa politico e viceversa.

Ecco allora che la nascita della prima figlia porta Militant A a conoscere la dirigente scolastica Simonetta Salacone.

Un incontro che sarà anche l’occasione per confrontarsi con l’istituzione, scoprire che è possibile lavorare dall’interno di essa e che vedrà nascere, per iniziativa della stessa Salacone, un laboratorio di rap nelle scuole primarie.

La paternità, al tempo stesso, porterà anche un cambiamento nei versi di Luca che sentirà la necessità di scrivere cose comprensibili anche alla figlia e, come sottolineato dal produttore Ice One, si avvicinerà al mondo della fiaba.

Infine anche l’insorgere dell’acufene porterà ad una riflessione sul proprio ruolo e ad un confronto con altri musicisti, primo tra tutti Caparezza, affetti dallo stesso disturbo.

C’è poi la storia musicale che inizia con gli Onda rossa posse e Batti il tuo tempo (1990), considerato il primo disco rap cantato in italiano.

Il film, giustamente, dà molta attenzione tanto a questo album quanto a Terra di nessuno (1992), pietra miliare del genere in Italia.

Poi, come narra Pol G (Paolo Bevilacqua), ovvero l’altra metà degli Assalti Frontali; arriva il delirio di onnipotenza.

Il gruppo, per la realizzazione di Conflitto (1996), decide di costruire un vero e proprio studio di registrazione (Musica forte) all’interno del centro sociale del Forte Prenestino e chiama Don Zientara, storico produttore dei Fugazi per i quali gli Assalti Frontali aprono alcuni concerti.

Se sino a quel momento gli Assalti Frontali si sono avvalsi della collaborazione dei Brutopop, tre anni dopo compiono una nuova svolta e per Banditi (1999) si avvalgono della collaborazione di Ice One, celebrando un matrimonio inedito tra hip hop e rap militante.

Ancora più scandalo desta il fatto che, per la prima ed unica volta, gli Assalti frontali, invece della strada dell'auto produzione, decidano di stringere un accordo con una major, la BMG.

Il documentario si sofferma soprattutto su questi primi quattro album e poi su Profondo rosso (2011), prima produzione in assoluto di Bonnot, alternando sempre la dimensione politica, quella artistica e quella privata, dando anche spazio a dolori privati come la morte nel ‘91 di Cheeky P (Paola Bonanni) all'epoca compagna di Militant A.

Ne esce fuori un ritratto molto più sfaccettato di quanto non possa immaginare lo spettatore che restituisce la storia di quello che, comunque la si pensi, è senza dubbio uno dei gruppi più importanti della storia del rap in Italia.

 

 

 

Davide Lomma: L’ultima isola (2024). Contemporary lives.

Vincitore dell’Audience Award, Biografilm Contemporary lives.

 


 

Otto amici, una barca ed un’isola; Lampedusa.

Sono quasi tutti arrivati a Lampedusa da altre città ed altre esperienze ed hanno deciso di trasferirsi sull’estrema propaggine dell’Italia e dell’Europa.

Si sono conosciuti proprio qui ed hanno fatto amicizia.

Ogni tanto escono in mare di notte.

Ma la notte del 3 ottobre 2013 sarà diversa da tutte le altre e gli otto amici non potranno più dimenticarla, perché salveranno 47 vite umane, su una barca di nove metri omologata per 9 persone, in quello che sarà uno dei peggiori naufragi della storia del Mediterraneo e che vedrà 368 vittime accertate.

È letteralmente impossibile trattenere le lacrime mentre queste otto persone comuni raccontano una notte infernale ed i giorni a seguire, ricostruendo una tragedia che, probabilmente poteva essere evitata.

Si potrebbe obiettare che è ovvio commuoversi per una storia così, ma il punto saliente è che di quel naufragio non esistono immagini.

Nessuno dei soccorritori, primi tra tutti questi 8 amici ed un pescatore arrivato poco dopo, che riuscirà a recuperare un’unica donna ancora viva e poi solo cadaveri, ha pensato a girare qualcosa.

Come si fa a raccontare, al cinema, un dramma del quale non esistono immagini?

Davide Lomma ci ricorda la potenza della parola e lo fa con una scelta estetica tanto semplice quanto efficace.

Mette i protagonisti seduti sullo sfondo dei paesaggi meravigliosi di questo paradiso che è anche inferno e lascia che parlino.

Prima di loro, delle loro vite, del rapporto con Lampedusa e poi di quella notte.

Con un tono apparentemente freddo e distaccato, in cui raramente si percepisce l’emozione.

Come se questo fosse l’unico modo per sopravvivere ai ricordi.

Ci sono le cose che queste 8 persone sanno.

Sanno di aver visto una luce blu militare quella notte e che quelle navi militari caricarono alcune centinai di persone a bordo, per lasciare le altre sulla nave senza fare ritorno.

Sanno di aver avvisato almeno 10 volte la Capitaneria e che gli altri mezzi di soccorso sono arrivati dopo 50 minuti sebbene il porto distasse poche centinaia di metri.

In quella notte infernale, all’improvviso, si sono trovati davanti un mare sconfinato di teste che emergevano tra le onde ed hanno dovuto decidere chi salvare, mentre intorno vedevano inabissarsi i corpi.

Ricordano la fatica di tirare su quei corpi ricoperti di nafta, la follia di chi tra di loro, senza pensarci due volte, si è tuffato in mare per recuperare superstiti a rischio della loro vita, il doversi fermare ad un certo punto perché continuare avrebbe significato naufragare anch’essi.

Ed infine ricordano la richiesta negata di trasbordare a bordo delle navi militari i superstiti.

È stato commesso un peccato mortale ricorda Vito, il proprietario della piccola barca sulla quale hanno trovato salvezza 47 persone.

Che alla fine non trattiene più le lacrime quando ricorda uno dei superstiti che pochi giorni dopo lo chiamerà papà.

Ogni tanto nascono film tanto belli e necessari che andrebbero fatti vedere ai seminatori di odio che vivono di razzismo e paura.

Gli andrebbero fatti vedere gli abbracci tra quei superstiti cresciuti ed i loro salvatori.

Il pescatore giunto poco dopo questi 8 amici ricorda che molti dei superstiti oggi hanno figli e nipoti e che questa è la cosa più bella perché la vita è andata avanti.

Ed è impossibile, aggiungiamo noi, non chiedersi come possa dormire chi ogni giorno nega la possibilità di vivere ai propri fratelli e sorelle.


 

EMILIANO BAGLIO