Riproporre un immaginario non basta

Jeff Nichols è salito alla ribalta a inizio carriera con due ottimi film come Take shelter e Mud. Col tempo però il suo cinema sembra aver perso di mordente e come gia successo con la sua penultima fatica, Loving, The bikeriders sembra reggersi più sulla ricostruzione storica di un momento che su una sceneggiatura compiuta. 

The bikeriders infatti non fa altro che raccontare l'epopea delle gang di motociclisti formatesi negli Stati Uniti tra gli anni Sessanta e Settanta dello scorso secolo. Il racconto però è alquanto schematico e prevedibile con una regia che non fa altro che sottolineare i cliché di una comunità, descrivendola esattamente come lo spettatore se la aspetta: volti imbronciati, camminate a gambe larghe e risse ai banconi del bar per un racconto che non riesce mai a prendere il volo. 

Il tentavivo di svecchiare la sceneggiatura inserendo il narratore femminile in realtà non fa che amplificare l'effetto fascinazione per questi gruppi. Ne risulta così un'elegia esagerata, il vagheggiamento per uno stile di vita e un mondo che, nato come alternativo, degenerò in violenza e sopraffazione. 

Spiace per il cast capitanato da un Austin Butler che dopo l'ottima performance in Elvis si conferma tra gli attori più interessanti della sua generazione. Notevole anche l'interpretazione di Tom Hardy che, seppur con qualche cliché di troppo, presta corpo e anima al personaggio più complesso e misterioso della pellicola. 

Insomma il film di Nichols ha il retrogusto della buona occasione sprecata. Un film a tratti piacevole, che però lascia davvero poco all'uscita dalla sala e questo è un vero peccato. Riproporre un immaginario per il cinema non basta.