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Recensione di   Beatrice Bianchini Beatrice Bianchini

La donna del mistero

(Film, 2022)
8

Decision to leave

L’atteggiamento spontaneo di un essere umano è: “non voglio saperlo”, una resistenza fondamentale all’accesso di conoscenza.
(J. Lacan)
 
Nella grande città portuale della Corea del Sud Busan,  famosa per i templi, le spiagge e le montagne, lavora il detective Hae-Jun sposato con un’operaia di una centrale nucleare residente a Ipo che vede,  per questo, solo una volta alla settimana.
Insieme al suo collega il detective insonne, deve occuparsi di un nuovo caso: un ufficiale dell’immigrazione in pensione, Ki Do Soo, viene trovato morto ai piedi di una montagna che aveva l’abitudine di scalare.
Interrogando la moglie di origine cinese, Seo-Rae, molto più giovane di lui, badante dalla professionalità irreprensibile, nascono dei sospetti che cominciano a tormentare il detective già alle prese con altri casi irrisolti.
L’indagine procede in modo serrato e tra i due inizia una consuetudine anomala fatta di attrazione e diffidenza.
Gli innumerevoli intrecci e risvolti della trama da seguire attentamente durante la proiezione dell’enigmatico lungometraggio svelano il talento della sceneggiatura e della regia di un plot evidentemente complesso e intricato, che non concede spazi a distrazioni o disattenzioni.
Il tutto accompagnato da raffinatissime riprese dall’alto, e sofisticata introduzione di interferenze dei vari devices che diventano a tratti protagonisti del racconto.
Tra questioni politiche, come l’indipendenza in Manciuria, pillole di Fentanyl, tradimenti, manipolazioni, lettere di suicidio, demenza senile, l’indagine viene sospesa e il caso entra a far parte del disturbante elenco dei casi irrisolti, nonostante il detective abbia individuato prove e nonostante l’attraente vedova cinese abbia scoperto una sua personale insospettabile fragilità.
Qualcosa è andato in frantumi e il detective si sente “annientato”; confessione che Seo Rao non riesce ad elaborare.
Dopo tredici mesi, un nuovo incontro farà scoprire definitivamente le carte dell’intricato noir, con un ulteriore omicidio e un inconfessabile, straordinario, sorprendente finale che solo un grande maestro del cinema come Park Chan wook avrebbe potuto confezionare in questa modalità sovrumana di perfezione formale.
Un film sinuosamente faticoso: non concede distrazioni, pena la perdita del filo del discorso thriller/drama/tragedia.
La psicologia ossessivo-paranoica del detective dipendente da gocce oculari, indispensabili a idratare l’occhio, per vedere  meglio o  vedere  con un altro sguardo, rivela altri misteri da chiarire, chissà…
Certo è che il film, apparentemente freddo e algido, come nelle scene di pseudo rapporto sessuale “inesistente” tra Hae-Jun e sua moglie, una volta a settimana, rivela tuttavia la fragilità incontrollabile di una passione inespressa ma travolgente.
Una prima parte non corrisposta, una seconda parte, dopo l’evento dell’”annientamento”, irreparabile.
Seo-Rao, più o meno assassina, è assolutamente impreparata ad affrontare la propria assoluzione e tanto meno il proprio cedimento sentimentale: donna provata dalla vita, dalle circostanze e dalle sue scelte si trova a dover percorrere la  decisione finale, umana o disumana che sia.
Park Chan wook qui sfiora solamente il tema della vendetta al quale ha dedicato la sua famosissima trilogia, mentre non esita a rincorrere, attraverso un indagine indefessa, il riferimento al mito di Orfeo e Euridice e al crudele destino umano dell’amore impossibile.
La metafora dell’indagine che diviene ricerca e rappresentazione dell’Amor che nullo amato amar perdona.
 
 
L’amore è donare quello che non si ha a qualcuno che non lo vuole
(J. Lacan)
 
 

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